Wetlands (titolo originale Feuchtgebiete, Germania, 2013). Regia: David Wnendt. Interpreti principali: Carla Juri, Christoph Letkowski, Marlen Kruse, Meret Becker, Axel Milberg, Peri Baumeister, Edgar Selge, Harry Baer

Il corpo al cinema è il veicolo attraverso il quale transitano le storie che gli autori e i registi costruiscono per gli spettatori. Le parole lo accompagnano, e di contorno la musica, i costumi, le scenografie, le luci, i suoni. E sopra a tutto questo una storia, possibilmente intensa, profonda, che parli di amore, o di vendetta, o di morte, o di ricerca di un perché (un senso, una speranza, un’idea). Le storie portate sullo schermo possono essere declinate in infinite modalità; ma il corpo, con l’unica eccezione di Blu (1993) di Derek Jarman, è imprescindibile.

La maggior parte delle volte è imbustato in abiti adeguati alla vicenda, spesso è elegante, talora sensuale, quando rimane scoperto sollecita desideri e fantasie. Nel porno è levigato, lindo, quasi asettico, e qualsiasi acrobazia appare semplice come sbucciare una mela, senza dolori alle ginocchia o colpi della strega. Nel pulp e nello splatter la materia di cui è composto fuori (pelle, capelli, ciglia, peli) e dentro (sangue, feci, fluidi assortiti) viene rappresentata come qualcosa di disgustoso, inelegante, sporco, e proprio per questo in qualche modo ci attira.

In Wetlands, presentato a Locarno nel 2013, l’esplorazione di meati e secrezioni diventa la parafrasi di un’adolescenza fragile, scolpita da una madre maniaca della pulizia (che, dopo la separazione, ha avuto una deriva mistica abbracciando diverse confessioni religiose) e da un padre disaffettivo, egoista e assente. Forse per questo Helen, una diciottenne che si affaccia alla vita, sottopone il suo corpo a prove piuttosto rischiose, come strusciare le proprie parti intime sulla tavoletta di un water che nessuno ha disinfettato o scambiarsi l’assorbente intimo con un’amica.

Nel raccontare la storia di questa ragazza la regia non cerca compiacimento né morbosità, ma semplicemente accompagna la protagonista nel suo viaggio per sporcarsi con tutto ciò che il suo corpo incontra o che espelle. La sua esplorazione di sé non parte dalla scoperta dell’altro -amore o sesso- ma dalla mescolanza di sé con tutto ciò che il corpo è in grado di fabbricare. E dal momento che fin da piccola ha sofferto di emorroidi, la vediamo bionda e bellissima viaggiare sul suo skate-board grattandosi tra le natiche, in un gesto tanto naturale quanto anticinematografico. E quando si depila le parti intime con poca attenzione, si ferisce esattamente nel suo punto di massima fragilità e finisce in ospedale. Lì, prima di essere operata, proverà a convocare suo padre e sua madre, sperando che possano ricongiungersi attorno al capezzale della figlia che lei vorrebbe rappresentare come moribonda. E sempre lì, dal suo letto d’ospedale, giocherà a stupire il primario e sedurre un infermiere, affascinato dalla sua eccentricità e dalla naturalezza con cui affronta argomenti che tutti tendono a nascondere.

Ciascuno di noi almeno una volta ha pensato che in quel determinato giorno non avrebbe dovuto avere alcun incidente né essere portato d’urgenza in ospedale perché non aveva le mutande pulite. Pensieri in libertà che scacciamo subito, ma che la storia di Helen ci pone davanti con naturalezza. La pudicizia con cui per cultura, abitudine, forse noia, trattiamo certi argomenti, altre volte invece branditi con irriverenza e sguaiataggine, in Wetlands diventa la cifra per un racconto irriverente e originale, forse un po’ prolisso, ma sicuramente differente e poco rassicurante. Che in fin dei conti è ciò che qualcuno cerca ancora quando si siede davanti a uno schermo.