Woman talking- Il diritto di scegliere è un film scritto e diretto nel 2022 da Sarah Polley che a sua volta si è ispirata all’omonimo romanzo di Miriam Towes.  

Si tratta di intenso dramma che narra di una rigida comunità mennonita in un luogo imprecisato del Nord America e dove le donne hanno subito ogni genere di sopruso da parte degli uomini.

La scelta di inquadrature dall’alto risulta funzionale alla narrazione perché allude a uno sguardo ossessivo e intrusivo nella vita delle ragazze che esaspera in loro il senso di solitudine e impotenza. Poi, subito dopo, immagini di bambine abbigliate con vestiti dell’Ottocento e con i capelli raccolti in trecce e che attraversano campi di grano.

La narrazione è plurale, a parlare, infatti, è un soggetto plurimo perché tutte le bambine e le donne della Comunità hanno da tempo perso la loro individualità e un’unica mente pensante, un unico organismo che ha smarrito la cognizione del tempo e dello spazio si interroga sulla violenza subita. Perché tutte per anni hanno subito violenze notturne dopo essere state narcotizzate. E per anni è stato loro detto che la violenza non c’entrava e che perfino i lividi sulle cosce erano l’effetto di fervida immaginazione femminile. Poi la scoperta e la denuncia. I presunti responsabili vengono portati in città e tutti gli uomini della comunità si recano con loro per poter pagare la cauzione. Le donne restano sole con i bambini e decidono di riunirsi nel fienile per prendere una decisione, se continuare a non fare nulla, se rimanere ribellandosi o se andare via. A turno esporranno le loro proposte alle altre.  In realtà il film si snoda tutto nelle ore trascorse in questa specie di tribunale mentre scampoli del passato si avvicendano al presente. Di ognuna emergono la storia, il desiderio di cambiare o l’inclinazione alla rinuncia, magari maturata per le percosse subite. Tutte hanno le loro ragioni da esporre e le anziane guidano la riunione.

Un ragazzo verbalizza gli interventi. Faceva parte della comunità prima di esserne allontanato perché la madre aveva espresso pubblicamente le sue riserve sul modo in cui erano gestite le cose. È rientrato per fare il maestro dei bambini maschi. Alle bambine non è consentito studiare.

Il film ha l’andamento di un’opera teatrale, i vari punti di vista e la loro esposizione vengono calibrati ed enfatizzati da un uso sapiente della cinepresa che procede in modo circolare. Poi di ogni personaggio, senza urgenza, emerge il doloroso passato, con rapidi flash, mai didascalici. Per ognuna la ferita sta per suppurare. È la ferita del non essere visti, del non essere stati mai ascoltati e anche quando il confronto diventa più aspro e serrato c’è sempre lo spazio per l’ascolto e su tutto aleggia una profonda pietas.

Anche le posizioni di maggiore chiusura e oppositività sono fermentate proprio a causa degli abusi subiti e per questo ogni pensiero viene ascoltato e rispettato.  Nel silenzio e nell’oscurità dell’abuso è però nato un timido conato di consapevolezza e da questa il desiderio di pensare e decidere. Le donne traggono la loro forza dal confronto generazionale, ognuna rispetta il suo turno, ognuna ascolta il percorso alle volte tortuoso del pensiero delle altre. Le immagini sono potenti e spesso alludono al corpo della donna, piagato e profanato. E il sangue e l’evidenza dei segni delle percosse sul corpo sono la cartina che conduce al diritto di scegliere. Individualità e collettività quando procedono insieme fanno nascere la democrazia.