Lotta interiore e identità: crescere all’ombra del padre
Presentato alla 81° Mostra di Venezia in Selezione Ufficiale (Fuori Concorso), il film sarà al cinema dal 26 settembre
Quando si perde un genitore, non si avverte solo un immenso senso di vuoto, ma anche il timore di vedere dissolversi i ricordi condivisi. Almeno per me è stato così. Mi spaventava l’idea di dimenticare la voce di mio papà e non avevo modo di recuperare quelle vecchie cassette registrate quando, da bambina, mi divertivo con il registratore ricevuto per il compleanno, a catturare le voci della mia famiglia. Sono passati quattordici anni, eppure quella voce vive ancora dentro di me.
Francesca Comencini ha voluto imprimere sullo schermo dei momenti molto personali con il padre che restano indelebili nella memoria. Un genitore (Fabrizio Gifuni) e una bambina (Anna Mangiocavallo, prima volta sullo schermo) che condividono le stanze della loro infanzia: quella magica dell’età infantile e quella del racconto di Pinocchio, il film su cui lui sta lavorando. Il lavoro di un regista diventa così non solo una professione, ma un momento di scambio, in cui lui ascolta, osserva e parla con rispetto, come si farebbe non con un’adulta, ma con una persona già completa nel suo essere.
Con delicatezza, il genitore aiuta la bambina a superare la sua prima grande paura: l’immagine di una balena gigantesca nel libro. Quella creatura è molto più di un semplice mostro marino; incarna la profondità emotiva e i timori e le complessità che, da adulta, dovrà affrontare. Lei inizia ad immergersi nei set cinematografici, luoghi pulsanti di vita, caos, umanità, lavoro, passione e magia. E in quei mondi si perde, incantata.
Con il passare del tempo, l’incanto di quel loro limbo speciale svanisce. Ormai cresciuta, la figlia (Romana Maggiora Vergano) avverte che il legame con l’infanzia si sta spezzando, irreparabilmente. Lo capisce dal modo in cui viene osservata. Qui entra in gioco una dinamica complessa: il rapporto con un genitore così eminente può generare un senso di oppressione. La figura paterna diventa una montagna da scalare, un punto di riferimento altissimo che rischia di oscurare il cammino. Questo tipo di dinamica può alimentare una profonda insicurezza, in cui la giovane fatica a percepire il proprio valore, vivendo nella costante ombra di un modello tanto forte quanto inarrivabile. La ricerca della propria identità, in un contesto simile, diventa una lotta interna tra il desiderio di distaccarsi e la paura di non essere mai all’altezza.
Invece di cercare di eguagliarlo, inizia a sabotare inconsciamente se stessa, temendo di non poter mai raggiungere quel livello. Questa battaglia interiore non è solo sinonimo di una crisi di identità, ma anche una profonda resistenza all’influenza paterna. Il senso di oppressione si trasforma in un conflitto silenzioso, in cui si cerca una via d’uscita da quel peso schiacciante.
Con poche parole e una presenza costante, il genitore decide di non voltarsi dall’altra parte di fronte alle difficoltà, e la conduce via, a Parigi, perché “prima c’è la vita e poi il cinema”. Questo gesto, che potrebbe sembrare semplice, è in realtà un atto di grande forza e amore: offre alla giovane la possibilità di riscoprirsi attraverso il cinema, non come un riflesso di lui, ma come una persona autonoma, con la sua visione del mondo.

Questo racconto personale trova la sua armonia nella presenza costante del cinema, un terreno comune, una passione che unisce e permette anche di sviluppare uno sguardo autonomo. Il cinema diventa una rete che sostiene il loro rapporto, uno spazio di mediazione e riflessione, dove l’immaginazione può liberare entrambi dai loro ruoli predeterminati. “Con il cinema”, dice il regista, “si può scappare. Con l’immaginazione”. In questo spazio immaginativo, la giovane riesce finalmente a trovare la sua strada, non più come una figura in ombra, ma come una persona indipendente e completa, capace di trasformare il suo passato in una forza creativa.
Francesca Comencini riflette su anni di carriera, passati cercando di trovare una strada diversa da quella del padre, solo per rendersi conto di quanto lui sia stato fondamentale in tutto ciò che è diventata. “Dopo tanti anni passati a fare lo stesso mestiere cercando di distinguermi, ho capito che ogni aspetto di ciò che sono lo devo a lui. Con questo lavoro ho voluto rendere omaggio a mio padre: al suo modo di fare cinema, al suo modo di essere, all’importanza che la sua opera e il suo impegno hanno avuto per il nostro cinema e per me. Forse, mi sono detta, adesso sono abbastanza grande per essere in grado di farlo. Forse, ora, sono pronta a dirgli grazie”.
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