Il film horror di Curry Barker diventa l’occasione per riflettere sui meccanismi psicologici della dipendenza affettiva, della paura dell’abbandono e del conflitto interiore.

Obsession è uno di quei film che continuano a lavorare dentro anche dopo i titoli di coda.

Credo che a volte l’horror racconti la psiche meglio del realismo. Come gli incubi, trasforma un conflitto interno in immagini estreme fortemente legate al nostro vivere.

Forse è per il lavoro che faccio che Obsession mi è rimasto dentro. La dipendenza, la difficoltà a separarsi e il dolore di sentir convivere dentro di sé parti così diverse sono esperienze che incontro spesso nella stanza di terapia.

In Obsession quella che sembra essere inizialmente una fantasia romantica – desiderare di essere amati più di chiunque altro al mondo – si trasforma progressivamente in una spirale deformante.

Ciò che ho trovato particolarmente interessante è il modo in cui il film riesca a farci entrare nella mente della protagonista. Non assistiamo semplicemente ad una trasformazione: ne abitiamo il conflitto.

Nella storia, Nikki si trasforma per il desiderio dell’altro. È qui che l’horror dà carne a una divisione interna. Esplosioni di rabbia. L’urgenza di ricucire. Il disperato tentativo di non perdere l’altro, diventano l’espressione di una mente divisa tra il bisogno di trattenere e quello di ritrovare se stessa.

Quello che sullo schermo appare estremo, nella stanza di terapia è invece familiare. «Lo amo.» «Lo odio.» Sono frasi che convivono spesso insieme, per la rabbia verso l’altro e verso se’ stessi, per la difficoltà e l’impossibilità a volte di separarsi.

Non è incoerenza. Sono due parti della stessa persona che parlano.

Forse è proprio qui che Obsession riesce nel suo intento. Non tanto perché racconta una storia estrema, ma perché ci costringe a sentire ciò che di solito proviamo a capire: il conflitto di una mente intrappolata nella dipendenza.

È un horror che non inventa mostri. Dà un volto ai nostri.