Cudze rzeczy (titolo internazionale What belongs to others, Polonia, 2026). Regia: Grzegorz Dębowski. Interpreti principali: Monika Sabina Kwiatkowska, Robert Mania, Ewa Pająk, Martyna Rozwadowska, Aleksandra Kolan, Jadwiga Grygierczyk, Marcin Kiszluk.

Un uomo e una donna entrano in un appartamento trasandato, girando per le stanze, verificandone la scarsa pulizia e apostrofando con rimprovero l’inquilina. Kasia subisce i rimproveri e promette che in una settimana salderà gli arretrati dell’affitto perché ha appena trovato un lavoro e presto le daranno il primo stipendio. Una volta rimasta sola, dalla terrazza dove si era nascosto rientra il suo uomo, che la rimprovera per non essere stata abbastanza convincente.

Già dalla prima scena si tratteggia con brevi pennellate una vita ai margini, senza prospettive di futuro, dove la quotidianità è quella di svaligiare appartamenti fingendosi addetti alle pulizie. Kasia ha uno sguardo diffidente, la vita le ha sempre mostrato il lato più duro e il suo compagno la svilisce di continuo facendola sentire inadeguata e rendendosi così indispensabile ai suoi occhi. Ma un giorno viene arrestato e Kasia si ritrova sola e senza casa, visto che al rientro i proprietari hanno cambiato la serratura. Così torna nell’ultimo appartamento in cui aveva rubato e dove aveva trovato il corpo di un uomo morto suicida, e da qual momento inizia a spacciarsi per la compagna dell’uomo, per cercare di ricavare qualcosa dall’assicurazione sulla vita che lui aveva acceso più di due anni prima.

Kasia ancora non si scuote: la morte della sua coppia, con il compagno in galera che le telefona per istruirla su cosa fare con l’avvocato difensore, e la morte di un uomo che non aveva mai visto, ma del quale inizia a ricostruire la storia partendo da alcuni documenti, sembrano camminare parallele alla sua esistenza invisibile in una società per cui non è altro che una ladra di appartamenti. Nel palazzo che continua a frequentare, non avendo più una sua casa, viene riconosciuta da una donna anziana; Kasia distoglie lo sguardo, temendo di essere riconosciuta come impostora, ma la donna le dice “Mi ricordo di lei, è l’unica persona qua dentro che mi ha salutata”. Forse è questa la scintilla che consente a Kasia di iniziare a costruire una nuova consapevolezza di sé: non più reietta, sfuggente, timorosa di qualsiasi gesto o parola nei suoi confronti. Inizia così un lento avvicinamento alla famiglia del defunto: sorella, madre, ex moglie, tutte in grado di raccontarne l’indole da lupo solitario e il suo lento allontanamento da ogni relazione. Forse Kasia si specchia in questo uomo che non ha mai conosciuto, e attraverso la sua storia inizia a rileggere la propria.

Il film si sviluppa in pochissimi giorni, dalla scoperta del corpo a quello del funerale. Kasia, che ha sempre scelto di essere invisibile, sale sui gradini dell’altare e pronuncia una breve orazione funebre davanti ai familiari di lui. Parla di un amore che non è mai esistito, ma che ha sentito nascere dentro di sé prepotente; lo fa con frasi brevi, quelle a cui è abituata, ma con parole di tenerezza, quella che non ha mai conosciuto ma che ora la sta trasformando in una persona nuova.

Al termine dei titoli di coda due film sono riemersi dalla memoria: Still life, di Uberto Pasolini; e Corpus Christi, di Jan Komasa. In entrambi la morte era raccontata come la fine di un corpo che dava inizio a una storia. La ricostruzione di vite ai margini, mai incontrate, ma a cui la morte aveva offerto un’opportunità di riscatto attraverso i gesti e le parole di chi, per mestiere (e non, come in questa storia, per casualità), avrebbe dovuto accompagnarle nell’ultimo viaggio.

Un film di non semplice fruizione pieno di silenzi e diffidenze, cucito sullo sguardo ostile della protagonista, che seguiamo nel suo peregrinare tra periferie fangose e incontri densi di silenzi. Ma che inizia a lavorare dentro di noi lentamente, a suscitare domande forse senza risposta, ma capaci di allargare il nostro sguardo verso nuovi orizzonti.