Tijuana, todavìa (Messico, 2026). Regia: Gabriel Gutierrez Morales. Interpreti principali: Humberto Busto, Petr Filimonov, Miry Rodríguez, Dilan Rivera, Elliot Roy Rensky, Jorge Dominguez Cerdá.
Nella sezione Biennale College cinema approda un film intimista e universale, capace di esplorare un incontro tra due anime in viaggio e al contempo di descrivere una terra di confine e di passaggio sotto una nuova luce.
E’ questa forse la caratteristica principale della storia, il desiderio di raccontare una realtà al di là degli stereotipi che spesso la accompagnano. Chava, 47 anni, dopo gli anni dell’università a San Diego è tornato in Messico (“dall’altra parte del lato”, come dicono a Tijuana per descrivere il confine) e vive ospite in un appartamento che non è suo. I suoi incontri gay si concludono con un po’ di dolore, qualche sparuta tenerezza e una successiva indifferenza: niente da coltivare, solo qualcosa da cogliere in fretta quando se ne presenta l’occasione. Maksim invece è un ragazzo queer di 22 anni in fuga da San Pietroburgo e ospite di una comunità di accoglienza in attesa di entrare negli Stati Uniti come rifugiato. La lontananza dalla sua patria risulta evidente quando in una chat di incontri un partner occasionale gli chiede se si tratta di Saint Petersburg in Florida.

I due si sfiorano all’interno della comunità, dove Chava svolge attività di volontariato, ma il dialogo nasce soprattutto in chat, dove ciascuno presenta il suo lato più fascinoso: uno si rappresenta come ombroso e sfuggente, l’altro come un porto sicuro verso cui fare vela. L’incontro reale scoprirà le carte, forse anche grazie al fatto che non sarà l’occasione in cui finiranno a letto. Si conoscono, si ascoltano, si raccontano i territori di dolore e di assenza che hanno attraversato per giungere fino alla congiunzione delle loro strade. Il passaggio dalla chat alla presenza in qualche modo è parallelo a quello dal sesso alla conoscenza. Impone cautela, un lento disvelarsi, raccontare ciò che si è davvero senza tema di mostrare le proprie zone d’ombra.
Sullo sfondo una città di confine che diventa terra di transito, come se lì non fosse possibile piantare radici ma solamente attendere una nuova partenza: verso il miraggio economico degli Stati Uniti, stereotipo secolare di una terra dalle mille opportunità; oppure proiettati alla scoperta di ciò che si è davvero, al di là di come gli altri ci hanno costruiti, oltre ogni idea di sé che il tempo ci ha reso familiare.








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