Guardami (Italia, 1999). Regia: Davide Ferrario. Interpreti principali: Elisabetta Cavallotti, Stefania Orsola Garello, Flavio Insinna, Gianluca Gobbi, Claudio Spadaro, Angelica Ippolito, Yorgo Voyagis, Luigi Diberti, Antonello Grimaldi, Vladimir Luxuria, Luis Molteni, Luca Damiano.
Nina è una pornostar senza un agente a tutelare la sua carriera; il suo lavoro, sia sul set che alle fiere del porno, le dà l’illusione di essere libera e avere il controllo sugli uomini e sulla propria vita. La sua relazione con Cristiana, redattrice di una rivista porno, procede senza scossoni mentre l’assenza del padre, volontario a Mostar, le alimenta un vuoto che non riesce a colmare, così come il rapporto con la madre, improntato a un’insofferenza reciproca che nessuna delle due vuole davvero scalfire. A seguito dei risultati di esami di routine le viene diagnosticato un tumore e deve iniziare una chemioterapia. In ospedale incontrerà Flavio, altro paziente oncologico, e Dario, l’infermiere che li assiste. Con loro scoprirà che la vita può essere anche altro.

Un film imperfetto e poetico, con un cast di attori straordinariamente in parte e una direzione che alterna sequenze oniriche ad altre ginecologiche a raccontare una crisi di crescita e una presa di consapevolezza. E’ un viaggio al termine del porno, inteso come morte del desiderio, inchiodato a una rappresentazione statica e artefatta, annientato dalla volgarità dei registi e dalla noia delle star. Nina cerca nel sesso, che pratica con una gioia meccanica, quell’attenzione che pensa la vita non le abbia riservato e che improvvisamente le presenta il conto. Il suo corpo levigato e perfetto viene penetrato da aghi e invaso da liquidi che le bruciano nelle vene, una violenza che non sceglie e non vuole, all’interno di un non luogo come l’ospedale. Il lavoro, che le aveva sempre consentito una libertà e un benessere privo di controindicazioni, improvvisamente diventa un peso che non riesce a scrollarsi di dosso perché non le concede una pausa per malattia e le riprese non possono essere sospese.

Nina sprofonda così nella vita vera, quella dove non è più protagonista indiscussa e ammirata, ma comparsa su un palcoscenico che prevede tanti altri primi attori. La morte al lavoro sul corpo degli attori, come scriveva Cocteau, diventa una possibilità che la statistica non esclude. Una presenza silente che non consente più alcun controllo, né sui sessi maschili né sulle proprie scelte; a quel punto è l’affetto di un gruppo di persone che si sono incontrate casualmente a sostenere il peso di un destino incerto. Le canne di cui Dario abusa, per proteggersi dalle storie di pazienti che potrebbe non riuscire a salvare, alleggeriscono stanze di vita in cui i dialoghi diventano finalmente confronti reali e non partiture meccaniche da recitare davanti a una macchina da presa.
Realtà e finzione si mescolano, come le musiche e i montaggi alternati. La guerra, il sesso, la malattia, la famiglia, la morte, fanno parte di un unico grande disegno nel quale uomini e donne sono solo foglie autunnali scosse dal vento e in attesa di cadere.








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