E morì con un felafel in mano (titolo originale He Died with a Felafel in His Hand, Australia, Italia, 2001). Regia: Richard Lowenstein. Interpreti principali: Noah Taylor, Emily Hamilton, Romane Bohringer, Alex Menglet, Brett Stewart, Damian Walshe-Howling, Torquil Neilson, Sophie Lee, Francis McMahon, Ian Hughes

Danny a quasi trent’anni pensa di essere uno scrittore ma non ha ancora pubblicato niente; e non avendo un quattrino per pagare l’affitto cambia spesso casa e coinquilini, inseguito dai creditori. Però il personaggio che si costruisce ha una sua coerenza: batte a macchina -su una Underwood come Kerouac- le poche frasi che riesce a produrre e ritiene che l’unico modo per non interrompere il suo flusso creativo sia scrivere su un unico rotolo di carta da telefax, che però non è mai riuscito ad acquistare. Una notte, durante una conversazione con l’amico Flip, tossico e stralunato, pensa che tutto il mondo sia una grande finzione, e se riuscisse ad aprire gli occhi con una velocità tale da intercettare la realtà, riuscirebbe a vederlo. Flip, con uno specchio in carta stagnola appoggiato sul petto, cerca di intercettare i raggi della luna, e prova più volte ad aprire gli occhi all’improvviso per trovarsi in una nuova realtà, ma non succede niente.

Le convivenze tra adulti che vivono con il sussidio di disoccupazione sono complicate: chi organizza riti pagani, chi seduce chiunque gli capiti a tiro, chi gioca a golf con le rane al posto delle palline, chi dorme in una tenda in salotto, chi non molla il telecomando, ma tutti periodicamente si ritrovano in casa la polizia e gli agenti del fisco: è l’assedio di tante diversità che non riescono a offrire una traccia per muoversi nel mondo secondo ciò che si vorrebbe essere. Mentre Danny sogna le grande letteratura e in ogni appartamento che cambia ricostruisce nella sua stanza una parete con le foto di Louise Brooks, Anna Karina e Jean-Pierre Léaud, Flip si rifugia nelle sostanze, Iain in vaghe idee di socialismo, Anya in mondi paralleli fatti di sacrifici umani. Tuttavia Danny non va oltre le due frasi che scrive su fogli battuti a macchina, sperando siano l’incipit del suo capolavoro; con una sigaretta appesa al labbro, una fidanzata che lo ha mollato senza una spiegazione e la chitarra che strimpella con voce stonata, la sua figura allampanata sembra chiedersi come fare per uscire dalla propria gabbia, considerato che secondo lui tutto è già stato detto, e scritto, e non si può passare la vita a cambiare casa e città.

Il film è denso di citazioni letterarie e cinematografiche e accompagna Danny e alcuni dei suoi coinquilini nelle sue case n. 47 (Brisbane), 48 (Melbourne) e 49 (Sydney). Quando Danny si chiude in camera, deluso dall’ennesima sconfitta, un coinquilino gli passa sotto la porta del cibo sottile, e Anya gli racconta il mondo d’amore che ha rappresentato Tarkovskij in Solaris, come a significare che c’è sempre una possibilità e mondi sconosciuti e infiniti da poter raggiungere. Poi il flash back iniziale, ovvero la morte di Flip con in mano un felafel da cui cola una salsa gialla, irrompe nelle vite di tutti i coinquilini a squarciare il velo di nebbia tardo adolescenziale, maudit e postmodernista che aveva offuscato le loro giornate. A Flip, che era stato l’amico discreto e silente, vengono sacrificati in un rito funebre pagano tutti gli oggetti transizionali che avevano accompagnato i protagonisti dentro le loro case e lungo le loro vite. Un nuovo inizio, nella cinquantesima casa, sarà l’opportunità che Danny si regala per diventare grande.

Tratto dall’omonimo romanzo, probabilmente autobiografico, di Jack Birmingham, e accompagnato da una colonna sonora originale con le musiche di Nick Cave, Goran Bregovic, Les Négresses Vertes e Iggy Pop, è un film ironico e stralunato, un collage di situazioni folli ma accettate come normali che solo gli appartamenti abitati da studenti, e loro epigoni, possono generare. Parafrasando Flaubert, “Danny c’est nous”. In ogni anfratto del suo essere, nelle fughe di fronte alla realtà, nell’invenzione (anche se solo a fini fiscali) di un eteronimo di nome Fëdor, in un amore mai dimenticato, Danny ci ricorda che avere trent’anni non è forse l’età più bella della vita, ma è un crogiolo di potenzialità pronte a sbocciare per indicarci la via.