Le Mohican (Francia, 2024). Regia: Frédéric Farrucci. Interpreti principali: Alexis Manenti, Mara Taquin, Théo Frimigacci.

Joseph è un pastore senza famiglia o affetti ad accompagnarlo in giornate sempre uguali. Solitario e scontroso, governa le sue capre in una proprietà che si trova vicina alla costa, unico tra i pastori còrsi ad avere un ovile da cui si vede il mare. Quando rifiuta un’offerta molto conveniente per cedere la sua terra, per lui iniziano i guai: dapprima ulteriori lusinghe, poi velate minacce, e alla fine la visita di due mafiosi locali per convincerlo a ogni costo. Ma qualcosa va storto e ci scappa il morto. A quel punto Joseph non ha altra scelta che darsi alla macchia sulle montagne e lungo le pietraie assolate dell’estate còrsa.

Il momento in cui un uomo armato lo minaccia e gli spara, durante un inseguimento a piedi lungo la spiaggia, in mezzo a bagnanti che ballano ai ritmi dei tormentoni estivi, è quello in cui due mondi si sfiorano senza toccarsi: da una parte grandi interessi economici per la cementificazione e la conseguente distruzione della costa, sostenuti dalla connivenza di polizia e politica; dall’altra la spensieratezza balneare di chi nulla sa del luogo in cui ha scelto di passare le vacanze. Non della sua storia, delle tradizioni secolari, della cultura, del giogo della malavita: ai bagnanti interessa solo divertirsi e avere a disposizione un mare blu in cui tuffarsi per poi raccontarlo al mondo tramite i social.

Durante la sua fuga verso la Sardegna con l’aiuto di un amico pastore, nel porto di Bonifacio i due vengono sorpresi da uomini armati e l’amico viene ucciso. Joseph riesce a fuggire, ma ferito a sua volta, e braccato, viene depositato davanti allo studio di un veterinario che, come il pescatore di De Andrè, lo cura senza fargli domande. Nel frattempo la nipote Vannina, che era arrivata dal continente per le vacanze, inizia a custodire il gregge dello zio e a seguirne le gesta sui social, dove un anonimo aggiorna i propri followers sugli spostamenti di Joseph;

ribattezzato Le Mohican, durante i giorni della latitanza diventa suo malgrado il simbolo della ribellione a un sistema politico-affaristico privo di scrupoli. Un anonimo e scontroso pastore còrso diventa così, sui muri lungo le strade, un novello Che che combatte contro i potenti.

La barista del paese vicino alla proprietà di Joseph dice alla nipote “Lo sapevo che tuo zio era un tipo strano”. E alla richiesta di chiarimenti, risponde a Vannina “Perché è l’unico che si è messo contro la mafia. Da solo”. E cos’altro avrebbe potuto fare se la sua essenza più profonda è essere un pastore, se non si vede rinchiuso in un appartamento di città e desidera vivere all’aperto con le sue capre? Avrebbe davvero avuto una scelta? Joseph non scappa perché lo inseguono, ma perché non può fare altro che essere ciò che è.

Seguire la propria natura burbera, refrattaria ai compromessi, incapace di piegare la testa, fiera fino all’insolenza. il popolo dei pastori lo protegge, la Corsica profonda è dalla sua parte fino ad assaltare la sede della polizia dopo l’arresto del veterinario che lo aveva aiutato. Una volta rifugiato in montagna, grazie alla soffiata della polizia viene trovato e ferito nuovamente. Ma la sua leggenda continua ad alimentare speranze e illusioni della gente onesta, di chi crede ancora che possa esistere un don Chisciotte pronto a schierarsi contro un sistema che sembra impossibile abbattere.

Presentato nella sezione Orizzonti, è un film che assembla armoniosamente vari generi, dal western al drammatico al road movie. La bellezza struggente e petrosa della montagna còrsa è protagonista al pari dei personaggi minori, ai dialoghi fatti di sguardi e all’utilizzo prevalente della lingua còrsa, un pidgin costruito nei secoli dalla mescolanza di dialetti romanzi in cui coabitano armoniosamente termini neolatini, galluresi, castellanesi, sassaresi, italiani e francesi. Una lingua che cambia da contesto a contesto, che si fa carnale nel momento delle minacce, suadente/armoniosa nelle occasioni serali di seduzione sulla costa, viscerale quando ruvidi montanari condividono pane e formaggio su una tavola di legno grezzo. Per chi scrive, il film più autentico visto all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.